E' la stella centrale del nostro sistema planetario (simbolo ¤).
Il Sole è una sfera gassosa irraggiante energia sotto forma di radiazioni
elettromagnetiche e corpuscolari; la radiazione elettromagnetica è emessa a
tutte le lunghezze d'onda dello spettro, dalle onde radio ai raggi gamma. Il
meccanismo attraverso il quale il Sole produce energia è quello della fusione
termonucleare. Le principali reazioni termonucleari che avvengono all'interno
del Sole sono del tipo protone-protone; le reazioni specifiche sono state
studiate da H. A. Bethe e costituiscono due cicli, il ciclo dell'idrogeno e il
ciclo dell'azoto. Il meccanismo di produzione dell'energia da parte del Sole è
di grande importanza perché la maggior parte dell'energia che viene prodotta e
che viene utilizzata sulla Terra è di origine solare.
Dimensioni e
orbita del Sole
Con diametro apparente medio di 31¢59²
(con valori oscillanti fra 31¢31²
e 32¢36²
quando la Terra si trova rispettivamente
all'afelio e al perielio), il Sole ha magnitudine apparente visuale -26,86,
superiore di 14 magnitudini a quella della Luna piena. La sua magnitudine
assoluta visuale è tuttavia di solo +4,71. Gli altri corpi del Sistema Solare,
compresa la Terra, ruotano attorno al Sole mantenendosi su orbite ellittiche per
effetto dell'attrazione gravitazionale esercitata dal Sole stesso. Il diametro
del Sole risulta di 1,392 milioni di chilometri, cioè 109,24 volte il diametro
della Terra: in base alla terza legge di Keplero, la massa del Sole risulta
allora di 1,99×1030
kg, pari a 330.000 volte la massa della Terra, o 750 volte la massa di tutti gli
altri corpi del Sistema Solare presi insieme. La densità media solare è di
1,41 g×cm-3,
pari a ca. un quarto della densità media della Terra. L'accelerazione
gravitazionale superficiale è 28 volte quella terrestre, vale a dire 27.400 cm×s-2,
mentre la velocità di fuga risulta di 617,7 km×s-1,
55 volte quella della Terra. L'equatore solare è inclinato di 7º 15¢
sul piano dell'eclittica. La distanza media della Terra dal Sole, stata misurata
come parallasse solare, è di 149,6 milioni di chilometri (pari, per
definizione, a una Unità Astronomica o U.A.).
Movimenti del
Sole
Il Sole compie sulla volta celeste dei movimenti apparenti,
prodotti dai reali moti di rotazione e di rivoluzione della Terra: il primo,
detto moto apparente diurno, ha periodicità di un giorno; il secondo moto,
detto apparente annuo, è quello per cui, rispetto a un osservatore sulla Terra,
il Sole appare muoversi da W verso E, cioè in direzione opposta a quella del
suo moto apparente diurno; tale moto avviene sull'eclittica e ammonta in media a
59¢,1 al giorno,
con piccole oscillazioni dovute alla differente velocità di rivoluzione della
Terra all'afelio rispetto al perielio. Per ottenere giorni di uguale lunghezza,
si suole definire un Sole fittizio, che percorre l'eclittica con
velocità angolare uniforme (appunto 59¢,1
al giorno), e un Sole medio, che percorre l'equatore celeste ancora con
velocità angolare uniforme. Il Sole fittizio passa all'apogeo e al perigeo
coincidendo con il Sole vero, mentre il Sole medio passa per gli equinozi
coincidendo con il Sole fittizio; il giorno solare medio, che è quello segnato
dagli orologi, è dato dall'intervallo di tempo intercorrente fra due
culminazioni successive del Sole medio. Nel suo moto apparente sull'eclittica,
il Sole attraversa l'Equatore durante gli equinozi (il 21 marzo e il 23
settembre), muovendosi a N dell'Equatore in primavera e d'estate e a S d'autunno
e d'inverno; negli equinozi, il Sole culmina allo zenit di un osservatore
sull'Equatore, mentre culmina allo zenit di un osservatore sui tropici
(rispettivamente del Cancro e del Capricorno) durante i solstizi d'estate (21
giugno) e d'inverno (21 dicembre). Il Sole si muove, assieme a tutto il Sistema
Solare, verso un punto, detto apice solare, posto nella costellazione di
Ercole, alla velocità di ca. 20 km/s; poiché tale moto viene rivelato
attraverso i moti propri delle stelle fisse, direzione e velocità variano
secondo i gruppi di stelle impiegate per la determinazione. Sovrapposto a questo
movimento vi è quello di rotazione attorno al centro galattico, alla velocità
di 230 km/s; una rotazione completa attorno al centro galattico richiede ca. 230
milioni di anni. Il Sole non ruota come un corpo rigido, ma presenta una
rotazione differenziata con la latitudine: all'equatore, il periodo siderale
(cioè rispetto alle stelle fisse) di rotazione del Sole è di 25,03 giorni,
mentre il periodo sinodico (cioè rispetto alla Terra) è di 26,9 giorni; alla
latitudine solare di 16º, il periodo siderale è di 25,380 giorni e quello
sinodico di 27,275 giorni; a 70º, il periodo siderale sale a ca. 31 giorni. La
velocità di rotazione equatoriale è di ca. 2 km/s. L'utilizzo di strumenti
molto sofisticati, sia in laboratori a terra, sia su satelliti artificiali, ha
permesso di verificare che molto probabilmente il nucleo del Sole, nel quale
avvengono le reazioni termonucleari, ruota a una velocità differente dagli
strati esterni. Le tecniche per l'osservazione dell'interno del Sole sono
principalmente due: lo studio delle pulsazioni solari (variazioni periodiche del
diametro solare) e lo studio dei neutrini emessi nelle reazioni termonucleari.
Lo studio delle pulsazioni solari è stato reso possibile soprattutto mediante
l'uso di spettrografi a grande risoluzione che permettono di misurare movimenti
di gas nella fotosfera e nella cromosfera, che avvengono con velocità di solo
qualche metro al secondo. Le pulsazioni sono sostanzialmente di tre tipi. La
più nota, che ha periodo di 5 minuti, è stata scoperta nel 1955, ma studiata a
fondo solo nel 1975, nel 1979 e nel 1980, quando gli astronomi Grec e Fossat ne
formularono la teoria. La seconda e la terza hanno periodo rispettivamente di 50
minuti e di 2h 40 minuti. Nella prima di queste, il diametro solare subirebbe
una variazione di 10 km, con un meccanismo simile a quello che fa pulsare le
stelle Cefeidi, ma in scala molto ridotta; la seconda sarebbe invece dovuta
all'azione di campi gravitazionali. La scoperta e lo studio delle pulsazioni
solari ha portato alla nascita di una nuova branca dell'astrofisica e cioè la
sismologia solare, o eliosismologia. Come le onde sismiche permettono di
studiare la struttura interna della Terra, così le pulsazioni solari permettono
di studiare la struttura interna del Sole. La scoperta della rotazione
differenziata del nucleo del Sole rispetto alle zone superficiali ha portato
alla ricerca di uno schiacciamento polare. Nel caso di un Sole non perfettamente
sferico, verrebbe infatti a mancare il perfetto accordo di questa teoria con i
valori della precessione di Mercurio.
Struttura del
Sole
Il Sole è, come le altre stelle, una sfera di gas ad altissima
temperatura (plasma solare), la cui materia è tenuta unita dalla forza
di attrazione gravitazionale. Del Sole è visibile solo la parte più esterna,
l'atmosfera, composta di tre strati: la fotosfera, la cromosfera
e la corona. La fotosfera e la cromosfera sono i due strati visibili
direttamente sul disco solare, mentre la corona è visibile solo durante le
eclissi o con particolari strumenti. L'interno del Sole non è visibile
direttamente, in quanto la radiazione in esso generata viene assorbita e
riemessa più volte prima di giungere alla fotosfera. L'energia emessa dal Sole
viene prodotta nella regione più interna, avente un diametro dell'ordine di 0,2
volte quello dell'intero globo solare e una densità pari a 160 g/cm3.
La compressione qui esercitata dal peso degli strati sovrastanti (220 miliardi
di atmosfere) innalza i livelli termici dei gas interni fino a 15 milioni di
kelvin, temperatura sufficiente a conferire ai nuclei di idrogeno (protoni) –
il più abbondante componente chimico del Sole – energie cinetiche superiori a
quelle della reciproca repulsione elettrostatica.
La
nucleosintesi
Bethe, nel 1938, dimostrò che siffatte condizioni fisiche
potevano essere favorevoli al mantenimento di reazioni di nucleosintesi
consistenti nella combinazione di quattro protoni liberi in un nucleo stabile di
elio-4 (2 protoni + 2 neutroni). Poiché, in un nucleo d'elio così costituito,
si verifica – nei confronti della massa complessiva dei protoni reagenti –
un difetto di 0,028 unità di massa atomiche per nucleo prodotto, l'opinione di
Bethe fu che tale differenza, convertendosi in energia, andasse a rappresentare
realmente la sorgente solare, in accordo con la legge einsteiniana di
equivalenza E=mc2.
La teoria della nucleosintesi solare (e stellare) è stata universalmente
accettata, avendo essa fatto giustizia alle antiche ipotesi sulla natura delle
sorgenti termiche del Sole basate sulla combustione chimica (Herschel), sulla
caduta di meteoriti (Mayer), sulla contrazione gravitazionale (Helmholtz e
Kelvin). Nel complesso, in ogni secondo, il Sole tramuta in energia 4,2 milioni
di tonnellate di idrogeno: questo tasso di dissipazione, nei circa 5 miliardi di
anni di vita dell'astro, ha provocato una diminuzione di massa pari al 3‰ e,
al tempo stesso, gli assicura un'esistenza futura per circa altri 5 miliardi
d'anni. Si ammette che la zona convettiva del Sole inizi a ca. 100.000 km sotto
la fotosfera, ove regnano temperature già inferiori al milione di kelvin e la
densità vi è sufficientemente discesa (meno di 0,01 g/cm3)
così da consentirvi la risalita dei gas – riscaldati dal basso – in vasti
sistemi circolatori a celle di convezione. Si distinguono tre strati di celle
estese su scale dimensionali progressivamente decrescenti: di 250.000 km di
diametro, di 30.000 e di 1000 km. L'ultimo strato (1500 km di spessore), produce
l'affioramento nella fotosfera delle cellule convettive dandovi origine a quella
tipica struttura "a grani di riso" (in media di 1²
d'arco di larghezza apparente) che viene definita granulazione fotosferica,
la cui osservazione ottica e/o fotografica è, in generale, resa difficoltosa
dalla turbolenza dell'atmosfera terrestre.
La fotosfera
e la cromosfera solari
Lo spessore della fotosfera è di ca. 500 km; per un osservatore
sulla Terra, tale spessore sottende un angolo di 0,5²
d'arco – comparabile con il potere risolutivo sperimentale degli strumenti
ottici – cosicché il bordo del Sole, nonostante la sua effettiva evanescenza,
appare estremamente ben definito. Sopra la fotosfera si trova la cromosfera: pur
essendo questa più spessa (7000 km), emette comparativamente meno energia in
quanto la sua densità è inferiore di 5 ordini di grandezza (108
atomi/cm3). Per
questo motivo, la cromosfera si è potuta osservare direttamente solo durante le
eclissi, quando il disco lunare
occulta la più brillante fotosfera, fino all'introduzione del filtro
interferenziale di Lyot. La cromosfera appare come una sottile zona dal
brillante colore rossastro (da ciò deriva il nome) e dall'aspetto irregolare e
frastagliato, composto da lingue in continua evoluzione, dette spicole,
che si innalzano sopra la fotosfera fino a ca. 10.000 km, alla velocità di
qualche decina di chilometri al secondo. Le spicole hanno una durata di pochi
minuti e un diametro medio di 100 km e costituiscono il prolungamento nella
cromosfera dei granuli fotosferici. Lo spettro della cromosfera, che è in
emissione, viene chiamato anche flash-spectrum per la brevità
dell'intervallo di tempo durante il quale può essere osservato nelle eclissi.
Osservazioni mediante spettroeliografi in luce di idrogeno (riga Ha)
o di calcio (riga K) hanno mostrato anche nella cromosfera la presenza di
granuli, meno fitti e netti che i granuli fotosferici, chiamati flocculi.
I flocculi di idrogeno appaiono in genere meno pronunciati di quelli di calcio;
possiedono inoltre una struttura filamentosa a vortice. La struttura della
cromosfera è alquanto complicata: la sua temperatura, da ca. 4000 K negli
strati inferiori, a contatto con la fotosfera, sale a 200.000 K o più negli
strati superiori. La cromosfera appare una regione di transizione, attraversata
da onde d'urto che dall'interno del Sole vanno ad accelerare la sovrastante
corona e a elevarne quindi la temperatura. L'attività che sconvolge
occasionalmente la fotosfera dell'astro con le macchie e le facole,
si ripercuote in cromosfera con tutta una complessa fenomenologia nella quale
l'energia magnetica riveste un ruolo fondamentale e alla quale la rarefatta
atmosfera solare si mostra estremamente sensibile. In effetti, la cromosfera del
Sole si manifesta come una schiuma in continua turbolenza la cui struttura di
base è rappresentata dai sottili filamenti rispettivamente luminosi e scuri
delle spicole e delle fibrille. Aree luminose, più calde, a struttura
ciclonica, sovrastano generalmente le regioni occupate dalle macchie e
costituiscono le facole cromosferiche, dalle quali si sprigionano
occasionalmente i violenti parossismi delle eruzioni o brillamenti,
nonché quelli, meno energetici, dei cosiddetti surges (getti) e delle protuberanze
eruttive d'idrogeno. Spesso vi appaiono anche aree isolate di attività
congiunte da giganteschi "ponti" e "archi" magnetici gassosi
che, se visti al bordo del disco solare, formano le protuberanze quiescenti
e, in proiezione sul disco, i cosiddetti filamenti oscuri.
La corona
solare
La corona (il termine indica sia il fenomeno luminoso, sia la
materia che dà origine al fenomeno stesso) è lo strato superiore
dell'atmosfera solare e costituisce la zona di transizione fra il Sole e lo
spazio interplanetario (o, meglio, la materia interplanetaria). Usualmente, la
corona è invisibile a causa della sua bassa luminosità, inferiore di almeno un
milione di volte a quella della fotosfera. La luce del Sole diffusa a circa due
raggi solari apparenti è ca. diecimila volte più luminosa della corona e circa
centomila volte più luminosa a quattro raggi solari apparenti dal centro del
Sole: solo quando la Luna occulta il disco del Sole, e quindi la luminosità del
cielo scende a valori 109
volte inferiori a quelli della fotosfera, la corona diviene visibile. Mediante
particolari artifici è possibile, però, osservare la corona anche fuori delle
eclissi. La corona presenta una struttura a raggi, che possono
raggiungere una lunghezza pari a ca. 10 raggi solari. La forma e l'intensità
luminosa della corona e la lunghezza dei suoi raggi sono in stretta correlazione
con il ciclo solare: al massimo di attività la corona si presenta piuttosto
intensa e di forma circolare, con i raggi ben visibili e netti; al minimo,
invece, diviene relativamente appiattita ai poli, mentre i raggi compaiono nelle
regioni prossime all'equatore, disponendosi parallelamente a questo; ai poli
appaiono raggi molto ridotti, detti ciuffi.
Lo studio
della corona solare con i satelliti artificiali
Lo studio della corona ha ricevuto un impulso particolare
dall'utilizzo di appositi strumenti, coronografi, installati a bordo di
satelliti artificiali. Il Solar Maximum Mission, in particolare, che tra
i sette strumenti di bordo comprendeva anche un coronografo, inviò a Terra ca.
30.000 immagini utilizzabili per questo studio. In un filmino animato realizzato
con queste ultime si è osservato in dettaglio uno spettacolare evento di arco
coronale, fenomeno già scoperto attraverso l'osservazione da bordo dello
Skylab. Il fenomeno si manifesta con l'espansione di un enorme arco ed è
un tipico fenomeno transiente, osservabile in prossimità del limbo solare. La
velocità di produzione dell'arco è dell'ordine di 500 km/s. Un altro fenomeno
eccezionale era stato registrato ancor prima per mezzo di un coronografo portato
da un satellite artificiale: la collisione di una cometa con il Sole (1979). Il
risultato più notevole delle prime osservazioni con satellite della corona è
che essa è una struttura estremamente dinamica in continuo movimento e sempre
mutevole.
Lo studio
della corona con il radioeliografo
Oltre che nei raggi X, che è il principale campo di
osservazione, la corona viene studiata anche nelle onde radio, all'altra
estremità dello spettro elettromagnetico. A questo scopo, a Culgoora
(Australia), venne realizzato uno strumento, chiamato radioeliografo, costituito
da 96 radiotelescopi costituenti un radiointerferometro adibito esclusivamente
allo studio del Sole e in particolare dell'evoluzione delle singole strutture
della corona. Le osservazioni rivelarono nello spettro coronale la presenza di
tre componenti. La componente K (o corona K) presenta uno spettro continuo,
simile allo spettro continuo del Sole; la componente F (o corona F) presenta uno
spettro a righe in assorbimento analogo a quello solare, mentre la componente L
(o corona L) possiede uno spettro a righe in emissione. La corona, quindi,
presenta nel suo complesso uno spettro continuo solcato da righe sia in
emissione sia in assorbimento, la cui intensità decresce all'allontanarsi dal
disco solare. La componente continua K è generata dalla luce del Sole diffusa
da elettroni liberi; non presenta più le righe di Fraunhofer a causa del fatto
che l'elevata velocità degli elettroni coronali durante i singoli processi di
diffusione le allarga fino a farle scomparire. La componente F è invece diffusa
da particelle di polveri aventi diametro compreso fra 10-3
e 1 mm, distribuite nello spazio interplanetario, con una forte concentrazione
sul piano dell'eclittica e al di là di 10 diametri dal Sole. La componente L,
generata da ioni nella materia coronale, è composta da relativamente poche
righe in emissione, chiamate anche righe coronali. Nella grande maggioranza,
inoltre, le righe coronali sono righe proibite, tali cioè che nelle condizioni
normali di laboratorio non sono state mai osservate, avendo i rispettivi livelli
energetici una vita media inferiore di ordini di grandezze al tempo medio fra
due collisioni; nello spazio coronale la densità è ridotta a valori tali che
il tempo fra due collisioni diventa confrontabile con la vita media dei livelli
energetici, pur essendo la densità tale da garantire alle righe un'intensità
sufficiente all'osservazione. Uno dei risultati delle osservazioni solari è la
presenza, rilevata mediante osservazioni a raggi X, di fori coronali
nelle regioni attorno ai poli e sopra regioni prive di attività visibile,
aventi dimensioni anche di parecchie centinaia di migliaia di chilometri.
Paradossalmente, i fori coronali sono anche le regioni che emettono le
particelle ionizzate ad alta energia del vento solare. Durante le eclissi o
mediante coronografi si possono osservare nella corona delle protuberanze che
tuttavia hanno origine negli strati fotosferici e cromosferici. L'osservazione
filmata ha permesso di distinguere tra protuberanze stazionarie, o quiescenti,
getti dalla forma relativamente semplice, a ponte o a filamento, di durata
estremamente lunga (fino a 10 rotazioni del Sole) e innalzantisi fino a 50.000
km sopra la fotosfera, e protuberanze ascendenti, o eruttive,
formate da correnti ascendenti. Le protuberanze stazionarie si formano in genere
al di fuori dei centri di attività, mentre quelle eruttive sono strettamente
associate ai centri stessi e anche ai brillamenti. Tali zone sono
particolarmente attive anche nei raggi X.
Le macchie
I particolari più appariscenti della superficie solare sono
costituiti dalle macchie solari, osservate al telescopio per la prima
volta da Galileo e contemporaneamente, nel 1610, da J. Fabricius e C. Scheiner;
quest'ultimo riteneva che si trattasse di corpi oscuri in moto attorno al Sole,
mentre Galileo attribuì il fenomeno alla superficie solare. Le macchie appaiono
come aree perturbate nella fotosfera solare, distribuite in genere tra 50 e 35º
a N e a S dell'equatore solare, dall'aspetto più oscuro delle zone circostanti.
Le macchie di area maggiore appaiono possedere nell'interno una zona più
oscura, od ombra, circondata dalla più chiara penombra con struttura
filamentosa. Nel complesso, le macchie hanno una struttura a coppa, di cui
l'ombra costituisce il fondo e la penombra le pareti. I termini ombra e penombra
non si riferiscono tuttavia all'illuminazione ricevuta, ma unicamente alla
luminosità di quelle zone, che è funzione della rispettiva temperatura: nel
centro dell'ombra, infatti, la temperatura si aggira intorno ai 4600 K. Le
macchie più piccole osservate hanno un diametro di poche migliaia di
chilometri, mentre le maggiori macchie mai osservate hanno un diametro
dell'ordine di 200.000 km, pari a 15 volte il diametro della Terra; i gruppi di
macchie maggiori si sono potute osservare anche a occhio nudo. Le macchie hanno
una vita variabile da pochi giorni, per quelle di area minore, fino ad alcuni
mesi, per le maggiori. Nel corso della loro esistenza le macchie subiscono
un'evoluzione durante la quale le macchie minori in genere si ampliano, mentre
quelle maggiori si frazionano. In genere, le macchie compaiono a gruppi, sotto
forma di piccoli pori, che aumentano gradualmente di dimensione, mantenendosi
sempre alla stessa latitudine eliografica; in una decina di giorni il gruppo di
macchie può raggiungere le dimensioni massime, mentre le macchie principali del
gruppo (quella p – da preceding –, che precede il gruppo, e
quella f – da following –, che lo segue) assumono un aspetto
caratteristico: la p un aspetto quasi circolare, la f irregolare.
La scomparsa del gruppo è più lenta, in genere, che non la crescita; per prima
scompare la macchia f, per ultima la p. Nel 1848, R. Wolf,
direttore dell'Osservatorio di Zurigo, come misura dell'attività fotosferica
giornaliera del Sole, introdusse i numeri relativi R delle macchie –
detti numeri di Wolf – correlandoli al numero n di macchie
visibili, al numero di gruppi g e alle caratteristiche strumentali e
atmosferiche (racchiuse in un coefficiente K) a mezzo della semplice
relazione R=K(n+10g). Il valore medio mensile di R
mostra, con lo scorrere del tempo, una chiara periodicità undecennale chiamata ciclo
solare di attività. Tuttavia alcuni studiosi, quali G. Spörer nel 1887, F.
Maunder nel 1922 e, successivamente, J. A. Eddy, hanno rilevato la presenza di
lunghi periodi in cui non vi sarebbe stata presenza di macchie. Nel corso di un
ciclo solare, le prime macchie appaiono alle latitudini più elevate, mentre le
successive appaiono a latitudini via via decrescenti (legge di Spörer); al
termine del ciclo, per un anno circa, accanto alle ultime macchie del vecchio
ciclo, alla latitudine di ±5º,
appaiono, alla latitudine di ±35º,
le macchie del nuovo ciclo. Nelle macchie sono presenti intensi campi magnetici,
fino a un massimo di 5000 gauss, come fu rilevato da G. E. Hale tramite
l'osservazione dell'effetto Zeeman sulle righe spettrali delle macchie; le linee
di forza del campo magnetico sono perpendicolari alla superficie del Sole.
All'interno di un gruppo, le due macchie principali, la p e la f,
presentano polarità differente; all'interno di un ciclo, infine, tutte le
macchie p di un emisfero solare (p. es. quello N) presentano la stessa
polarità, opposta alla polarità delle macchie p dell'emisfero S:
durante il ciclo successivo, la polarità delle macchie cambia, suggerendo
l'ipotesi di un ciclo di 22 anni. Tutti i fenomeni citati (macchie, facole,
brillamenti) avvengono in zone limitate dell'atmosfera solare, cioè nei
cosiddetti centri di attività. L'evoluzione di un gruppo di macchie è
collegata anche alla presenza di altri fenomeni.
I brillamenti
Sul disco solare, in prossimità delle macchie e delle facole,
appaiono in luce di Ha,
dal quarto o dal quinto giorno dopo la comparsa delle prime macchie del gruppo,
delle zone molto brillanti dette brillamenti, o flare. Nei brillamenti
viene liberata in brevissimo tempo un'enorme quantità di energia in tutta la
banda dello spettro elettromagnetico. Sono state registrate quattro categorie di
brillamenti, classificati in base alla loro intensità. Quelli di primo tipo
durano anche 20 minuti e occupano da 100 a 250 milionesimi dell'emisfero solare
interessato; quelli di secondo tipo durano in media mezz'ora e occupano una zona
anche sei volte maggiore. Il terzo tipo può occupare anche una zona doppia di
quella del secondo tipo, ha una durata media di 3 ore, ma può arrivare sino a 7
ore. Tutti i tipi di brillamenti hanno luogo nella parte inferiore della
cromosfera, al di sopra della fotosfera, e possono raggiungere anche i 10
milioni di kelvin, rispetto ai 5000 K della cromosfera. L'energia di un
brillamento tipico equivale a quella liberata da 2 miliardi di bombe atomiche da
un megaton. In un brillamento si distinguono tre fasi: nella fase preparatoria
si accumula energia, soprattutto sotto forma di energia di campo magnetico;
nella seconda fase si ha un breve impulso con liberazione di circa metà
dell'energia accumulata, in parte sotto forma di raggi X, luce, raggi
ultravioletti e onde radio e in parte sotto forma di un intenso fascio di
particelle nucleari ad altissima velocità. Nella terza fase, molto più lunga
delle precedenti e della durata anche di alcune ore, si libera il resto
dell'energia accumulata. Ai brillamenti è da associare la comparsa sulla Terra
di aurore polari e tempeste magnetiche, in quanto essi sono sede di emissioni di
radiazioni a breve lunghezza d'onda e corpuscolari. Durante i periodi di massima
attività del Sole si osservano al massimo 10 brillamenti al giorno. Durante un
brillamento l'emissione di energia, in particolare nelle regioni ultraviolette e
dei raggi X, aumenta anche di alcuni ordini di grandezza.
L'irraggiamento
solare
L'energia totale irraggiata dal Sole è determinata tramite la
costante solare, che è la quantità di energia che nell'unità di tempo
colpirebbe l'unità di area posta perpendicolarmente al Sole, nell'ipotesi che
l'atmosfera fosse completamente trasparente alla radiazione di qualunque
lunghezza d'onda. La costante solare viene misurata tramite attinometri, o
pireliometri, operando a quote differenti ed estrapolando i valori così
ottenuti fuori dell'atmosfera. Il valore attuale della costante solare è di
1,374×kW×m-2.
Le osservazioni da satellite hanno mostrato che la costante solare presenta
piccole oscillazioni di poche unità percentuali attorno al valore riportato.
Per quanto piccole, queste variazioni potrebbero avere effetti rilevanti sulla
Terra e potrebbero essere anche state responsabili dell'avvento di alcune ere
glaciali. Il Sole irraggia quindi 3,86´1033
erg s-1 (di cui
solo una parte su due miliardi viene ricevuta, ma non utilizzata completamente,
dalla Terra). Ogni centimetro quadrato della superficie del Sole irraggia quindi
6,35´1010
erg s-1.
La spettro
solare
Il Sole si discosta, in modo anche marcato in particolari
intervalli di lunghezze d'onda, da un corpo nero. Lo spettro solare è di tipo
G1 (classe di luminosità V); il Sole è quindi una stella nana della sequenza
principale del diagramma di Hertzsprung e Russell. La parte più osservata e
conosciuta dello spettro solare è quella compresa fra 300 e 2000 nm, in quanto
tale intervallo di lunghezze d'onda è il più facilmente accessibile alle
osservazioni; lo spettro solare nel visibile, come per la quasi totalità delle
stelle, è uno spettro continuo sul quale sono sovrapposte numerose righe in
assorbimento, le cosiddette righe di Fraunhofer, dal nome dell'astronomo che ne
osservò e catalogò 567 nel 1814 (le righe di Fraunhofer furono in realtà
scoperte da W. H. Wollaston nel 1802). I moderni atlanti o cataloghi
spettroscopici classificano oltre 20.000 righe secondo la rispettiva lunghezza
d'onda, identificando inoltre, per il 70% di esse, l'elemento, il relativo stato
di ionizzazione e la transizione elettronica che le hanno generate. Le righe
più intense sono identificate ancora dalle lettere attribuite loro da
Fraunhofer. Nello spettro solare sono state identificate le righe prodotte dalla
maggior parte degli elementi atomici; sono state osservate anche le bande
prodotte da molecole semplici (biatomiche), fra cui quelle degli ossidi di
titano, di magnesio e di alluminio, degli idruri di calcio, magnesio e silicio e
del cianogeno. Nell'ultravioletto, osservato al di fuori dell'atmosfera
terrestre, lo spettro solare ha un aspetto differente; le righe presenti sono in
emissione; la più intensa è la riga Lyman a
a 121,6 nm. Nella regione dei raggi X, a lunghezza d'onda intorno a 0,1 nm, il
Sole appare molto brillante, con temperature di brillanza attorno al milione di
kelvin, quali sono le temperature della corona che emette tale radiazione; non
sono state rilevate righe spettrali nell'intervallo dei raggi X.
La
radioemissione del Sole
La radioemissione solare è sensibilmente inferiore
all'emissione ottica ed è soggetta a fluttuazioni considerevoli nel corso del
ciclo solare; si suole distinguere fra la radiazione del Sole quieto (o
Sole calmo) e la radiazione perturbata, sovrapposta alla prima. La radiazione
del Sole quieto varia relativamente poco nel corso del ciclo solare ed è
essenzialmente di origine termica (v. radioastronomia); la temperatura
equivalente osservata alle varie lunghezze d'onda corrisponde alle temperature
osservate nella cromosfera e nella corona: a lunghezze d'onda centimetriche si
osserva la radiazione prodotta nella cromosfera, mentre a lunghezze d'onda
metriche la radiazione osservata proviene dalla corona che invece è trasparente
alle onde centimetriche. Questo fatto dà origine al cosiddetto illuminamento al
bordo del disco solare a lunghezze d'onda centimetriche e decimetriche, in
quanto la visuale di un radiotelescopio, sul bordo del disco, attraversa una
lunghezza maggiore di corona e cromosfera – più calde – che non sul centro
del disco, dove è visibile la più fredda fotosfera. Sovrapposta alla
radiazione del Sole quieto, si ha innanzitutto una componente lentamente
variabile, prodotta in condensazioni coronali sovrastanti le macchie solari.
Anche questa radiazione, osservabile a lunghezze d'onda centimetriche e
decimetriche, ha origine termica; il suo periodo di variabilità è quello del
ciclo solare. Le tempeste radioelettriche sono generate, principalmente a
lunghezze d'onda metriche, da oscillazioni del plasma nella corona superiore o
da radiazione di sincrotrone emessa da elettroni cosmici frenati nel campo
magnetico solare. I burst, infine, sono aumenti (fino a 104
volte) improvvisi nella radioemissione spesso collegati fra loro e sempre
associati a brillamenti.
L'attività
ciclica solare
Ogni descrizione, anche sommaria, di modelli capaci di
giustificare i multiformi aspetti della fenomenologia solare, non può
prescindere da due circostanze: la presenza di un campo magnetico generale, e
l'esistenza di una rotazione di tipo differenziale della massa dell'astro (che
non riguarda soltanto le variazioni in latitudine, ma anche quelle in
profondità). In più, c'è da tener conto che esiste, sul Sole, un gradiente
termico meridiano, in ragione del quale la temperatura scende dai poli verso
l'equatore. Diversi astrofisici, quali W. Bjerknes, H. Alfvén, C. Walén, H.
Babcock, hanno variamente proposto meccanismi perturbativi basati
sostanzialmente sullo sviluppo ciclico di turbolenze in seno al plasma solare
che le correnti ascensionali, dalla zona convettiva, farebbero affiorare in
fotosfera mentre il gradiente termico meridiano spingerebbe a discendere di
latitudine, in conformità alla legge di Spörer sulla formazione delle macchie.
Lo schema più condiviso dei meccanismi che presiedono allo sviluppo
dell'attività undecennale del Sole, è il seguente. L'astro, in fase quiescente
(a causa dei campi indotti dal rimescolamento delle cariche elettriche presenti
nel plasma gassoso della regione convettiva) può venir assimilato a una sfera
magnetizzata, attraversata da linee di forza secondo il piano dei meridiani.
L'intensità del campo è piuttosto debole, aggirandosi intorno a 1 gauss. Il
plasma presenta la proprietà di "congelare" le linee magnetiche nel
proprio flusso; cosicché esso le trascina con sé nel corso della risalita in
fotosfera attraverso i sistemi di celle. L'assetto iniziale del campo subisce
perciò una prima deformazione nella sua sezione verticale. Nel contempo,
agiscono gli effetti di attrito della rotazione differenziale i quali,
amplificati dalla viscosità interna del plasma, producono turbolenze ad
andamento orizzontale, nel senso dei paralleli. Gradualmente, a una certa
latitudine eliocentrica, vengono a formarsi due primi sistemi toroidali di
perturbazioni (una in ciascun emisfero) entro i quali il campo imprigionato si
intensifica fortemente. Questa sorta di "tubi magnetici" sono
sottoposti alle deformazioni verticali prodotte dalle correnti convettive
ascensionali; esse finiscono perciò con l'assumere un profilo più o meno
sinuoso, nel quale alcune anse raggiungono la fotosfera, emergendovi sezionate
in due punti, ove danno luogo all'apparizione di gruppi bipolari di macchie. Le
aree di sezionamento dei vortici magnetici subfotosferici appaiono più oscure
in quanto, nei vortici, l'energia termica è parzialmente compensata da quella
magnetica. Al di sopra della fotosfera la densità dei gas è tanto bassa da non
consentire oltre il congelamento magnetico; perciò l'energia (magnetica)
contenuta nel tubo subfotosferico affiorato si libera (talvolta in modo anche
molto brusco) in cromosfera e nella corona, destando in tali regioni tutta la
nota e complessa fenomenologia violenta che è loro propria. Nel corso del ciclo
undecennale, le zone di affioramento dei vortici subfotosferici migrano in
latitudine poiché questi ultimi vengono lentamente trascinati alla volta delle
regioni equatoriali per effetto del gradiente termico meridiano; con loro migra
anche tutta la fenomenologia associata. Ci si può domandare come mai, a un
certo momento del ciclo, non appaiono ulteriori perturbazioni alle alte
latitudini. La risposta sta nel fatto che il campo magnetico generale del Sole
manifesta un andamento ciclico, nell'intensità e nella polarità e, in fase di
declino, l'energia magnetica contenuta nelle cinture di turbolenza si
indebolisce in concomitanza. Per quanto riguarda la sorgente del magnetismo
solare, anche se il globo dell'astro non può venir assimilato a un dipolo ma,
piuttosto, a un multipolo magnetico, la maggioranza degli astrofisici si trova
d'accordo nel ricercare le fonti a profondità che non superano il confine della
zona convettiva. È infatti necessario che sussista adeguata mobilità nel
plasma gassoso affinché possano stabilirsi quelle correnti capaci di attivare
un meccanismo sul genere della dinamo autoeccitata di Bullard alla quale
ricorrono gli studiosi per rendere ragione dei campi magnetici planetari. Nel
caso del Sole, il meccanismo verrebbe complicato dalla rotazione differenziale.
Lo schema più ragionevole è quello di due dinamo accoppiate per mutua
induzione, in ognuna delle quali una determinata polarità del campo è generata
in funzione dell'entità di variazione che si produce nell'altra. Cosicché,
quando l'energia magnetica sviluppata da una delle due dinamo finisce di
accrescersi (a causa delle ovvie resistenze e dissipazioni elettriche del
plasma) l'altra inizia a sviluppare un campo contrario che va a indebolire –
fino ad annullare – quello associato alla prima, innescando un processo a
spirale. È in tale momento che il campo del Sole si inverte – e così pure
quello delle macchie – finendo poi con il raggiungere un maximum di
segno opposto a quello del ciclo precedente. Il lasso di tempo che intercorre
per il ripristino di ogni ciclo magnetico risulta perciò doppio di quello
undecennale delle macchie.
Le relazioni
tra il Sole e la Terra
Il Sole esercita la sua influenza sulla Terra sia attraverso
l'attrazione gravitazionale, mantenendo la Terra sulla sua orbita sia inviando
luce e calore, con i noti effetti biologici; particolari di questo quadro sono
le stagioni, le maree, ecc. L'attività del Sole si esercita, a livello
planetario, sulla struttura della ionosfera, sull'intensità del campo magnetico
terrestre, sulla struttura dell'alta atmosfera; a livello atmosferico si
manifesta attraverso fenomeni meteorologici; a livello di superficie l'attività
interessa e condiziona soprattutto la biosfera. Per quanto riguarda la
ionosfera, lo stato normale di questa, che mostra periodiche variazioni diurne,
stagionali e undecennali, subisce inoltre perturbazioni (chiamate ionosferiche)
quando aumenta l'emissione di radiazione UV o corpuscolare da parte del Sole, il
che avviene durante l'esplosione di brillamento: si forma allora alla quota di
80 km uno strato ionosferico (strato D), che impedisce le trasmissioni a onde
corte; perturbazioni si verificano anche nelle trasmissioni a onde lunghe. Il
campo magnetico terrestre subisce variazioni a breve periodo (diurno) provocate
dalle perturbazioni ionosferiche. Sovrapposte a queste vi sono le tempeste
magnetiche, originate dalle particelle cariche emesse dal Sole; le medesime
particelle, penetrando nell'alta atmosfera, provocano le aurore polari. La
radiazione corpuscolare, o vento solare, viene emessa dal Sole attraverso
i fori coronali; si tratta principalmente di protoni ed elettroni che si muovono
a velocità comprese fra 300 e 2000 km/s a seconda dell'attività del Sole. Alla
distanza della Terra, la velocità è mediamente di 400 km/s (con punte di 900
km/s) e va decrescendo con la distanza eliocentrica, insieme alla densità (5-6
ioni/cm3) fino a
ridursi allo stesso ordine di quelle proprie al mezzo interstellare.
Eliosismologia
e astrofisica del neutrino
La struttura e la fenomenologia dell'interno del Sole – a
partire dagli strati immediatamente subfotosferici – sfuggono all'osservazione
diretta e ciò impedisce agli astrofisici solari l'accertamento degli intimi
meccanismi che governano la nostra stella. Un promettente campo di ricerca si
basa sul rilevamento delle modeste instabilità che agitano la massa solare,
deformandone di continuo, seppure lievemente, la figura. Il rilevamento e
l'analisi di tali deformazioni – sperimentalmente fondate su delicatissime
misure interferometriche eseguite in particolari righe dello spettro
elettromagnetico – ha posto in evidenza che esse sono il prodotto di una
combinazione di molteplici perturbazioni interne a carattere periodico, ciascuna
delle quali si distingue per il modo di pulsazione. Elementi preziosi
d'informazione sono le vibrazioni interne del Sole che, come per quelle
telluriche, possono svelare la distribuzione della densità e delle temperature
intime del Sole, parametri indispensabili per una più esatta enunciazione delle
teorie solari, e per le misure del flusso di neutrini che il Sole produce
attraverso le reazioni di nucleosintesi. I neutrini hanno la facoltà di
penetrare quasi liberamente attraverso masse di rango planetario o stellare e,
pertanto – nel caso del Sole – si prestano a fungere in modo egregio da
veicolo di informazione nei riguardi delle condizioni fisiche del loro luogo di
provenienza; in altri termini, a rivelare l'efficienza e la natura delle catene
reattive effettivamente in atto nel core solare.
L'apporto dei
satelliti artificiali
Lo sforzo tecnologico sostenuto dagli studiosi per affrancare lo
sviluppo delle osservazioni astronomiche dalle limitazioni imposte dalla
presenza dell'atmosfera della Terra, è stato ovviamente diretto principalmente
al campo solare. Nel 1946, durante il volo di un razzo Aerobee, si
ottenne un primo spettro ultravioletto del Sole. Nel decennio successivo, furono
lanciati missili e palloni equipaggiati con strumenti atti a misurare la
radiazione dell'astro ad altissime quote e, con l'inizio dell'anno geofisico
internazionale (1957), le campagne di rilevamento dallo spazio vennero
intensificate: dalla serie dei primi Explorer che consentì di ottenere preziose
e inaspettate informazioni sulle relazioni energetiche (radiative e
corpuscolari) intercorrenti fra il Sole e la Terra, grazie alla scoperta delle
fasce di correnti dette di Van Allen e, più in generale, delle proprietà della
magnetosfera terrestre. Queste proprietà vennero ulteriormente approfondite –
insieme a quelle riguardanti più direttamente il vento solare – dai dieci
satelliti IMP (Interplanetary Monitoring Platforms) posti in
orbita fra il 1968 e il 1973, alle sonde Pioneer che in volo fra Mercurio
e Saturno trasmettevano dati sull'attività del Sole. Tra gli anni Sessanta e
Settanta entrarono in orbita terrestre otto OSO (Orbiting Solar
Observatory) e sei OGO (Orbiting Geophysical Observatory)
dotati di sofisticate apparecchiature per l'esame delle regioni attive del Sole
e delle loro influenze sul geomagnetismo; nel 1973 fu la volta del laboratorio
spaziale Skylab, attrezzato conl'ATM (Apollo Telescope Mounting),
un apparato progettato in modo specifico per il rilevamento in radiazione X
della corona e dei centri attivi cromosferici. Nel 1980 divenne operativo, per
lo studio integrale della fase di massima attività solare, il satellite SMM
(Solar Maximum Mission): esso ha espletato un esauriente programma di
rilevamento dell'astro in tutte le sue manifestazioni fenomenologiche.
Fondamentale importanza, per l’alto contenuto informativo, stanno rivestendo
gli sviluppi della ricerca volta all’esplorazione del Sole e, più in
generale, della fisica nell’ambito dell’eliosfera (lo spazio interplanetario
soggetto alle influenze radiative, corpuscolari e magnetiche del Sole). Una
serie di robot spaziali (il giapponese YOHKHO, l’eurostatunitense SOHO,
i satelliti europei Cluster, la missione Ulysses) specificamente
dedicati alla fisica solare ha indagato a tutto campo la nostra stella – anche
nella gamma delle radiazioni penetranti – onde metterne in luce alcune
problematiche di fondo, quali il potere emissivo e la sua variabilità (estesi
alle alte latitudini eliografiche, meno conosciute), le precise interrelazioni
radiative sussistenti fra le varie strutture della fotosfera, della cromosfera e
della corona, l’influenza di quest’ultima nell’ambito dell’eliosfera. Al
suolo, poi, la realizzazione di una serie di centri coordinati (GONG, IRIS,
RISE, BISON), distribuiti sulle diverse longitudini geografiche,
indaga l’interno del globo solare adottando i metodi forniti dall’eliosismologia,
ovvero dal rilevamento e dall’analisi delle onde di pressione che inducono in
vibrazione la fotosfera. Da questo settore della ricerca è sorto un mezzo
potente di diagnostica che sostituisce l’impossibile rilevamento visuale della
struttura profonda del Sole, della sua dinamica interna, e del suo equilibrio.
Nell’ambito delle indagini eseguite nell’infrarosso (satelliti IRAS, COBE,
ISO) e in radiofrequenza è pure risultato che il Sole – insieme al
sistema locale di stelle – si trova immerso in una doppia concentrazione di
materia diffusa che si sposta a 16 km/s. Si tratterebbe di una formazione
fusiforme di 60 anni luce di lunghezza, 10 atomi al centimetro cubo, 7000 K di
temperatura, all’interno della quale si distingue una formazione minore (30
anni luce) a temperatura ancor più elevata. All’arricchimento delle
conoscenze sui paraggi solari ha contribuito anche il satellite astrometrico
europeo Hipparcos che ha reso possibile eseguire stime di 100.000
parallassi stellari con la precisione di 0,001" d’arco. Ciò ha permesso
una migliore valutazione della popolazione stellare contigua al Sole: in essa,
almeno il 70% delle stelle sono rappresentate da deboli stelle degli ultimi tipi
spettrali (K, M, N), nane rosse di un decimo della luminosità solare. I
notevoli progressi conseguiti con l’adozione dei metodi di ottimizzazione del seeing
astronomico, con l’interferometria a macchie e con le tecniche di trattazione
matematica delle immagini (analisi di Fourier, deconvoluzione, ecc.) hanno
condotto a crescenti successi nel rilevamento dei dettagli presenti nei dischi
stellari. Non soltanto si è raggiunta in numerosi casi la prova di una
duplicità, o molteplicità, di astri componenti, ma anche quella che riguarda
la presenza di aree di maggiore o di minore luminosità. Esse attestano il
diffuso manifestarsi, forse su scala estremamente più estesa che nel Sole, di
fenomeni d’attività cromosferica (grandi faculae, plages) e
fotosferica (macchie) d’indubbia analoga origine magnetica.